Quando un tempo esisteva la “catena”

Una volta, se dovevi far girare una notizia ai tuoi ragazzi, lupetti, esploratori o rover, non esistevano gli sms o whatsapp. Esisteva la catena telefonica, ve la ricordate? Per chi è vecchietto come me si ricorderà che sul proprio Quaderno di Caccia, affianco ai nomi della propria squadriglia, c’erano anche dei numeri telefonici. Quelli di casa! Ricevuta una notizia il primo della lista chiamava il secondo, il secondo chiamava il terzo finché l’ultimo non chiamava il primo a dimostrazione che la catena si era chiusa. Era un po’ la trasposizione del passaggio di nozioni, dal più esperto al più giovane.

La catena esprimeva un legame, ma anche una responsabilità: se la catena non si chiudeva era un allarme che non si poteva sottacere. Oggi se riceviamo un whatsapp nei gruppi il nostro cellulare fa “drin drin” o “bzz bzz” se non c’è la suoneria. E a questo punto ci sono tre tipi di reazioni in base a tre possibili profili di “celluraristi”:

  1. se siamo degli ossessivi-compulsivi dei cellulari leggiamo il messaggio inviando, in un tempo record, testi criptati o meglio faccine per commentare, in attesa di un’ulteriore risposta e di una nostra ulteriore replica, senza aggiungere un bel niente alla conversazione;
  2. se siamo dei “voyeur del cellulare” (o falsi tali) guardiamo il messaggio e non commentiamo, “manco se mi possino cecarme” , per evitare di essere coinvolto in riunioni, servizi, pulizie della sede, … a meno che non c’è l’amico/a del cuore o un bell’autofinanziamento;
  3. se siamo “strafottenti” silenziamo il gruppo e chi s’è visto s’è visto, tanto non rispondiamo neanche al cellulare e nessuno conosce il nostro numero del telefono fisso di casa … e se qualcuno chiama sul telefono mobile (come si diceva una volta) inviamo un messaggio con il quale rispondiamo che “sto guidando” o “Sono in riunione” o …

Aldilà del profilo, il risultato comune è: nessuno è più responsabile di niente, si butta un sasso nell’acqua ma non si sa se va a finire nello stagno del tuo vicino. E quelle onde concentriche forse non raggiungeranno nessuno, anche se il sasso è un macigno tale da alzare uno tzunami. E questo vuoto comunicativo mi angoscia.

Ai lupetti si raccontava con l’ “Ankus del re”, che niente era giusto o sbagliato ma il modo in cui un tale oggetto veniva usato. Bene! anche la tecnologia, se usata bene, non è sbagliata.

Ma gli effetti sulle relazioni sociali possono essere devastanti se non ci educhiamo al contatto, all’ “entrare in relazione con”, se non aggiungiamo una “vera” guardata negli occhi o una pizza con una bella birra fresca.

Qualcuno, oggi, la chiamerebbe #pizzaconbirrafresca, ma il vero risultato è lo stare fianco a fianco o gomito a gomito e sentire ed educarci a stare insieme.

Ed è da qui che si deve ripartire, innanzitutto noi adulti, noi che non siamo i “nativi digitali”, per insegnare un’altra via, per gridare che esiste un’altra strada a chi non sa che si possa vivere in un altro modo.

Ve la ricordate la storia del penny? (oggi sono un nostalgico!) Bhè ai miei tempi si diceva “Se do un penny a te e tu ne dai uno a me non mi cambia niente. Se, invece, do un’idea a te e tu ne dai una a me andiamo via ognuno con un’idea in più”.

Quindi cari Capi vi prego, vi imploro, vi supplico non abbandoniamo le vecchie relazioni calde di una telefonata, di un incontro da vicino in sede, di una bella pizza insieme

A Cura di Vincenzo Pinto

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